lunedì, 26 novembre 2007

ieri ho visto il film across the universe, musical basato sulle canzoni dei beatles e ambientato durante gli anni del vietnam e della contestazione. un film un po' furbo, non adatto a chi odia la nostalgia dell'epoca (e quindi adatto a me, che mi sono entusiasmato e commosso). credo comunque che, al di là delle nostalgie, il film abbia dei meriti artistici indiscutibili, che le coreografie siano di qualità e che le canzoni dei beatles valgano sempre la pena di essere ascoltate.

ma non è dell'aspetto artistico che voglio parlare, quanto di quello politico. come è in uso al momento (vedi il libro di berselli) gli anni 60 sono presentati come splendidi, ma la politicizzazione del movimento viene presentata come la fine del sogno. i "cattivi" del film sono da un lato i familiari di due protagonisti, ottusi e conformisti, dall'latro il leader politico, che cede alla tentazione terrorista, dopo aver traviato e sedotto la bella Lucy. quindi, formidabili quegli anni, creativi, colorati e eccitanti, ma poi rovinati dai marxisti che hanno politicizzato tutto. siccome io allora ero proprio un marxista politicizzato, cerco di difendermi.

 il 68 è stato l'anno della fine di un'epoca e quello dell'inzio di un'altra. i "favolosi" anni 60 hanno visto il loro apice nel 68, in cui tutto è esploso. la ricaduta politica delle istanze creative e festose era inevitabile: un movimento creativo per avere dei risultati deve avere delle ricadute politiche. se non lotto per acquisisre potere, come posso incidere non solo sul costume e sulla cultura, ma anche sulle istituzioni e sulle leggi? l'ho già detto e lo ripeto: senza la politicizzazione del movimento - e dunque le manifestazioni, i cortei, le assemblee, anche gli scontri con la polizia - non avremmo avuto in Italia la legge sul divorzio, la possibilità per le donne di accedere ai concorsi pubblici, la regolamnetazione nuova della famiglia, la legge sulla chiusura dei manicomi. e in Usa le leggi contro la discriminazione razziale. e in francia l'abolizione della pena di morte. ma senza il casino che piantammo anche la diffusione culturale delle istanze di libertà e giustizia non si sarebbero diffuse rapidamente.

è ovvio che di cazzate ne abbiamo fatte tante. che il marxismo era già bell'e morto quando noi lo predicavamo (io mi sono addirittura laureato con una tesi sul marxismo). che la violenza che scaturì dal movimento ne segnò la sua sconfitta. ma è facile dirlo adesso. allora la politicizzazione del movimento fu un passaggio inevitabile. mi dispiace per berselli e per lucy, ma è anche merito di chi ha fatto quei cortei e ha passato gli anni migliori della vita nelle infinite riunioni, se qualche risultato è stato ragiunto

 

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categoria:vietnam, movimento, beatles, sessantotto
giovedì, 22 novembre 2007

che posso dire a quel ragazzo di quaranta anni fa che pensava di cambiare il mondo? avrei il coraggio oggi di guradarlo in faccia e di dirgli che non si deve vergognare di quello che è diventato, lo stanco cinquantenne che dedica al lavoro - e che lavoro! - la gran parte delle sue energie? che non fa più politica?  che qualche volta, sempre più spesso, è preso dallo sconforto per i destini del paese?

vorrei rassicurarlo, dirgli che, comunque siano andate le cose, faccio parte della "meglio gioventù", quella che ancora mette il cuore e l'anima nelle cose che fa. ma ho paura di lui, del giudizio che potrebbe darmi.

vorrei dirgli che la vita cambia tutti, che non ho tradito i vecchi ideali, o meglio, a quelli non ci credo più, ma i valori, quelli sì sono rimasti gli stessi. ecco, questo solo posso dirgli. non sono più comunista, il comunismo non esiste più. non voglio fare la rivoluzione, non ci penso nemmeno, e mi accontento di un governo di centro-sinistra che faccia delle belle riforme per rendere più giusto (o anche meno ingiusto) questo mondo. ahimè, non sono più neppure un "compagno", visto che anche questo termine, così bello e antico, mi è stato negato dal nuovo partito per il quale - probabilmente - finirò per votare la prossima volta.

eppure ho cercato, tra i mille compromessi che ti porta la vita, di restare fedele ad alcuni valori: credo che questo mondo sia profondamente ingiusto e - anche se non so più bene come - vada cambiato; credo, ostinatamente, nonostante mille smentite, negli altri, nel fatto che in fondo l'umanità meriti di vivere meglio e questo è anche un mio problema; credo che il mio lavoro debba essere fatto bene, con amore, anche se non viene apprezzato, anche se mi dicono che quello che conta è solo aver successo, indipendetemente da quello che fai; credo che avere molti soldi non è un furto, ma non aiuti a pensare nel modo giusto; credo che stare con i miei amici, e litigare furiosamente con loro per l'interpretazione del mondo, e non per interessi, sia una delle cose più belle che mi rimangono.

basterà questo a convincere quel ragazzo che non l'ho tradito?

 

 

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sabato, 17 novembre 2007

la scuola allora era insopportabile. i professori erano strani personaggi, che non erano mai usciti dalla scuola: da studenti a insegnanti senza mai capire che anche sbagliando un aoristo si poteva sopravvivere.

io stavo al liceo tasso, il liceo della "classe dirigente" della mia città. un orrendo e triste edificio che dominava - e domina - la collina di salerno. che fossimo all fine dei merivigliosi anni 60 non me n'ero accorto: avevo quindici anni e conoscevo solo quelli, e non mi sembravano certo meravigliosi. io studiavo, tanto e senza voglia, studiavo cose inutili e polverose.

ogni anno a ottobre c'era la solenne inaugurazione dell'anno scolastico, e anche quell'ottobre 68 arrivarono al tasso l'arcivescovo e il prefetto, il sindaco e il presidente della provincia per ascolatre il coro delle ragazze che cantavano, in grembiule,  va' pensiero e per premiare le medie dell'8. tutti noi che non avevamo la media dell'8 e non eravamo ragazze intonate, restavamo disciplinati nelle aule a ascoltare attraverso gli altoparlanti posti sopra il crocefisso, la prolusione del preside. ma quell'anno dopo cinque minuti dall'inizio del discorso il microfono fu staccato e un bidello trafelato arrivò a dirci che dovevamo andare - subito! - a casa.

io sapevo che cosa era successo, e corsi in aula magna. un gruppo di giovani universitari, dopo aver trafugato in federazione comunista l'invito destinato ai consiglieri comunali (tanto i conisglieri comunisti non andavano mai a questi convegni borghesi) si era presentato all'ingresso: e li avevano fatti entrare! appena iniziata la prolusione avevano gridato - non erano più di cinque/sei - "la parola agli studenti" e tutti erano fuggiti. erano rimasti solo loro con i primi della classe e le ragazze del coro. e avevano spiegato che la scuola era degli studenti e non del preside. quando entrai in aula magna e vidi che era fernando che parlava, sentii che anche da noi - nella provincia del sud - era iniziato il casino, quello che finora avevamo solo letto sui giornali. non credo che chi ha partecipato alla presa della bastiglia, o alla conquista del palazzo d'inverno sia stato più felice di me. stava per iniziare il mio 68, e non mi sarei perso niente.

 

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categoria:politica, scuola, salerno, sessantotto
venerdì, 16 novembre 2007

non è che allora sapessimo che "stavamo facendo il 68". non sapevamo niente, e certo non pensavamo, 40 anni dopo, che saremmo stati dei reduci.

sapevamo certo che il mondo non ci piaceva e che valeva la pena cercare di cambiarlo. era un mondo che ci faceva schifo: autoritario, stupido, retorico, ingiusto.

anche oggi il mondo fa schifo, è sempre stupido e ingiusto. invece che ottusamente retorico come allora è illuminato dalle scemenze spettacolari. e invece che autoritario è aperto al contributo, inutile, di tutti. che è un altro modo per ricreare ingiustizia.

eppure noi, la meglio gioventù, ci siamo fermati. e i giovani non hanno voglia di protestare, di contestare, di ribellarsi. non so bene il perchè, ma siamo tutti un po' rassegnati. un po' troppo rassegnati.

parto da qui, lanciando il mesaggio nella bottiglia virtuale. chi mi dà qualche segnale?

 

miki

 

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categoria:sessantotto
mercoledì, 14 novembre 2007

Il 68 è stato uno di quegli anni che assumono un nome proprio, a designare un anno eccezionale.
un anno che ha avuto dei reduci, quelli che "hanno fatto il 68".

io sono uno di quei reduci,  e voglio raccontare che cosa è successo a me in quell'anno formidabile, e che cosa ne penso oggi, tempo meno esaltante.

mi piacerebbe ascoltare il parere di qualche altro reduce, ma specialmente mi piacerebbe parlare a qualcuno che quell'anno non l'ha vissuto, e vuole sentire qualche racconto e fare qualche commento.

Il mio diario è amichevolmente e  professionalmente collegato al  Festival Culture Giovani 2008 di Salerno, interamente dedicato al tema "68/08: i ribelli".

Bloggando con me diventi anche tu testimone di un processo al 68 a quarant'anni da quei fatti.

bentrovato!

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categoria:anni 60, contestazione, sessantotto, 68 , 68inoblog