domenica, 24 febbraio 2008

finora veltron i ha vinto la campagna elettorale. non ha vinto le elezioni, ma ha fatto già tanti miracoli che è lecito sperare nell'ultimo: vincere la partita intera.

un mese fa le truppe del centro sinistra erano un esercito perdente e sfiduciato, pronto psicologicamente alla disfatta. oggi la motivazione e il convincimento sono alti, fin troppo forse, ma ridare speranza alla proprie truppe è il primo compito di ogni generale. poi veltroni ha fatto un'altra cosa che a nessuno mai, nemmeno al miglior prodi, era mai riuscita: ha imposto lui i temi della campagna elettorale, e ha costretto gli avversari a inseguire. noi abbiamo passato tempo infinito a dire che il programma di berlusconi era irrealizzabile, e intanto parlavamo di lui. abbiamo speso fiato e energie a dire che le cose che faceva erano ridicole e prive di interesse (ricordate la crociera), e intanto le mettevamo al centro dell'attenzione mediatica. oggi questo succede a veltroni: tutti a dire che il suo è un libro dei sogni, e intanto se ne parla, tutti a prendere in giro i suoi tic, ma intanto tutti li imitano. "ma anche..." il tormentone di crozza è diventato un modo di dire usato ovunque, e questo è il più grande successo che un comunicatore può avere. veltroni vince sulla politica, ma vince anche sul marketing, e questo per berlusconi è la più grande sconfitta.

per farlo si è dovuto berlusconizzare, dice qualcuno: solo il fatto di aver scelto lo stesso gioco, e cioè la spettacolarizzazione e il marketing sono il segno della vittoria antropologica di berlusconi. io non sono d'accordo, e ho già avuto modo di dire che nel 68 è stata inventata la "politica-spettacolo", o meglio, è stata resa compatibile con la società dei consumi. non è il maggior pregio del 68, come ho detto altrove, ma è, per me, un fatto. in un altro momento scriverò i motivi per cui questo è avvenuto, ma ora mi basta dire che la semplificazione del proprio messaggio attraverso gesti, personaggi, eventi esemplari (o slogan, canzoni, manifesti) è la condizione essenziale per comunicare all'epoca della complessità, della soceità liquida, della fine delle appartenenze.  e veltroni lo sa fare, impostando anche un modello di confronto politico che ha spiazzato berlusconi. aver imposto toni pacati, aver scelto di giocare sulla necessità di fare le regole insieme, aver puntato sulla ricerca di valori condivisi, ha messo in crisi l'ideologia berlusconiana dello scontro di civiltà, della battaglia di libertà contro i comunisti, dell'insulto e dello sberleffo. berlusconi non può più scendere su questo piano, perchè per farlo ha bisogno di un avversario che si comporti in modo speculare, che insulti, che disprezzi, che urli al pericolo democratico.

il berlusconismo in questo paese forse è finito, perchè è finito lo scontro ottuso e idelogico. anche se perderà queste elezioni, veltroni ha cambiato le regole del gioco. e se non questo, il nostro giro sarà il prossimo.

ma nulla vieta che ce la facciamo già ora. sperare è lecito. forse, davvero, ce la possiamo fare.

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domenica, 17 febbraio 2008

ieri ho sentito in diretta il discorso di veltroni e mi sono compiaciuto. per il metodo, innanzitutto. perchè per la prima volta da un po' di tempo  mi sembra che ci sia un'idea di paese che governa il programma. chi vuole valutare il PD sa non quale programma di mille pagine si vuole praticare, ma quale "visione" c'è dietro il programma, e cioè quale insieme di valori si vogliono applicare al caso Italia. è quello che è mencato clamorosamente nel programma dell'Unione: non si capiva quale idea di paese si voleva realizzare, che cosa davvero si pensasse dell'Italia, del suo posto nel mondo, del suo modello eocnomico, del suo progetto di convivenza. ognuno tirava la coperta dalla sua parte e il risultato era l'incomunicabilità.

oggi invece lo si sa - pur con qualche reticenza sulla laicità - e quindi lo si può giudicare nel merito: Veltroni vuole accettare la sfida dell'innovazione, della modernizzazione, questo è il tratto distintivo del PD.

veniamo al merito: è il progetto dell'innovazione quello giusto? secondo me sì, assolutamente sì. la sinistra ultimamenet si è caratterizzata, in Italia specialmente, ma anche altrove, per la paura della sfida della modernità. abbiamo vissuto una bella contraddizione: noi, il popolo del progresso e dell'avvenire, diventato conservatore! conservazione è stata troppo spesso la parola d'ordine della sinistra: "conserviamo" la costituzione, "conserviamo" i valori della resistsenza, "tuteliamo" i diritti dei lavoratori, "proteggiamo" l'ambiente. di per sè io sono d'accordo con tutte queste parole d'ordine, ma queste e solo queste indicano un'idea della modernità inquietante, in cui compito della sinistra è lasciare le cose come sono, riandare al bel tempo antico in cui c'era la scala mobile, i sindacati scioperavano felicemente, il Pci era il garante della costituzione, i giovani manifestavano...

la bandiera del cambiamento l'aveva presa la destra, con berlusocni da noi, che voleva abbattere, costruire, cambiare, modernizzare. e così gli eroi occidentali del cambiamento sono stati reagan e la thatcher, capaci di interpretare gli inetressi della modernità e delle riforme. e noi, sempre a giocare in difesa, accontentandoci di non prendere troppi gol.

invece la sinistra deve essere capace di sventolare la bandiera del cambiamento, non averne paura. e veltroni ci sta provando, e ha strappato a berlusconi, inesorabilmente, questo vessillo. oggi è lui che gioca in difesa, è lui la conservazione, la soluzione vecchia.

c'è poi da vedere se il cambiamento di veltroni sia davvero capace di portare la società verso maggior uguglianza e una diffusione di diritti. cioè se vada a sinistra questo cambiamento, verso i nostri valori, ma questo primo risultato mi soddisfa già. avremo modo poi di vedere se la direzione è quella giusta: per il momento accontentiamoci di valutare che noi siamo i leader e loro sono i follwer.

ps nel 68 questo facemmo: portammo un'idea/forte di cambiamento verso la democrazia - e dunque l'uguaglianza - conigandola con una richiesta di modernizzazione, di efficienza. non ci siamo più riusciti, noi di sinistra, a coiniugare in modo convincente questi termini, e non sarà veltroni a farlo per tutto l'occidente. ma ci sta provando, e quindi lo nomino "sessantottino" ad honerem, lui che nel 68 era un po' troppo giovane per giocare la partita.

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mercoledì, 13 febbraio 2008

diceva un vecchio partigiano che a sinistra ci sono due tendenze, quelli che vogliono tutto mai, e quelli che vogliono niente subito. mi sembra una bellissima spiegazione della distinzione tra sinistra radicale (tutto mai) e sinistra riformista (niente subito). il rischio in usa è lo stesso: preferisco obama che fa sperare ma che non ha esperienza e ha un programma incerto, o hillary, che non sogna nemmeno lei, ma che ha una solida esperienza?

eppure ci sono momenti in cui la sinistra è magicamente riuscita a mettere insieme le due tendenze, con kennedy, ad esempio, o con le socialdemocrazie scandinave, o con willy brandt.

e ci sono momenti in cui la sinistra ci ha provato, con un solido progetto di cambiamento e una forte carica ideale. non ci è riuscita, ma ci ha provato, e sono i momenti su cui meglio bisogna ragionare, per capire perchè non ci si è riusciti. uno di questi momenti a mio avviso è stato davvero il 68, grande momento in cui una generazione ha immaginato, entusiasmandosi, un mondo migliore, ma è stata anche capace di esprimere questo sentimento in un progetto. lo so che l'idea prevalente del 68 è quella della ribellione, vagheggiata da alcuni e odiata da altri, ma questa componente, è stata accompganata da idee di cambiamento che oggi potremmo definire "riformiste". so che molti inorridiscono a sentire questa parola legata al 68, ma secondo me è stato così, senza dubbio. noi volevamo un mondo più effciente in cui vivere, e più democratico. credevamo che la partecipazione - la democrazia diretta - avrebbe creato più opportunità ma anche più qualità. noi volevamo scuole che funzionassero, fabbriche che producessero, ospedali che curassero. e pensavamo che questo sarebbe avvenuto allargando la partecipazione, facendo della democrazia una scommessa di efficienza. anche questo è stato il 68, gli anni dopo hanno preso un'altra direzione, ma non bisogna confondere quello che è accaduto in quell'anno, a conclusione di un ciclo riformista come gli anni 60,  e quello che è avvenuto dopo.

i motivi per cui non ci siamo riusciti sono tanti, e ne parlerò in un altro momento, ma lo ripeto: sogno e progetto allora stavano insieme.

che c'entra tutto questo con berlusconi, che nel post precedente avevo definito "figlio del 68"? nulla ovviamente. berlusconi c'entra, invece secondo me, in quello che è il legame con certi modi di fare comunicazione che nel 68 non sono stati inventati, ma che hanno trovato la loro espressione di massa: la contestazione attraverso provocazione. quella che oggi chiamiamo poltica spettacolo, cioè,  è diventata costume generalizzato in quell'anno. gli uccelli, gruppo di contestatori che si arrampicavano sugli alberi, sui monumenti (a sant'ivo alla sapienza, ad esempio) e interrompevano le lezioni cinguettando, sono un modello di contestazione che allora si diffuse. e così alcuni aspetti goliardici di contestazione, che allora prevalevano su quelli violenti e idelogici. certo nessuno inventa niente, e prima dei contestatori sessantottini c'erano stati i futuristi o d'annunzio, e poi le manifestazioni di massa dei regimi fascisti e comunisti (identiche nelle loro scenografie). ma nel 68 giocammo una partita perversa tra contestazione e media, in cui l'uno alimenta gli altri e viceversa. qui sta il legame tra un modo di far politica oggi, sempre tendente alla provocazione, all'esagerazione, all'insulto, e sempre sotto gli occhi dei media e della tv, e il 68.

a me questo stile non piace, e mi dispiace che ci sia un rapporto tra questo e il 68. e mi dispiace che i nostri leader qualche volta indulgano anche loro nella provocazione, nella prevalenza del contenitore sul contenuto, nel bel gesto (o lo scenario bello) rispetto al progetto. fatemi sognare obama e veltroni, ma governate anche bene, e datemi un progetto, ricco di suggestioni e di contenuti.

io sono riformista, per davvero, e voglio qualcosa subito, nè tutto mai, nè niente ora.

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venerdì, 08 febbraio 2008

tutto è iniziato nel 68. quello che stiamo vedendo nelle due più appassionanti campagne elettorali dell'occidente (magari!) prende origine dal magico e formidabile anno: allora è inziato il modo moderno di fare politica. la politica spettacolo e la centralità del leader partono da lì, dai movimenti globali di quell'anno.

il movimento degli studenti portò nel vecchio mondo della propaganda  e della comunicazione politica una vera rivoluzione, e mi sembra che di questo si parli poco. i nostri cortei - vero luogo di comunicazione - eran colorati, vivaci, ricchi di slogan e di provocazioni comunicative. erano comunicazione mobile e collettiva, in cui tutti partecipavano e dicevano - in coro - la loro, altro che i vecchi comizi dei vecchi politici, in cui tutto era prevedibile e noioso! il rapporto tra slogan e avanguardia artistica era cercato, e così quello con la pubblicità che appena allora usciva dalla filosofia della reclame, per raggiungere la ricerca della creatività. "l'immaginazione al potere", scrivevamo sui  muri, "siamo concreti: chiediamo l'impossibile" . e uralvamo slogan scanditi, da coro: "ce n'est qu'un debut, continuons le combat!". avevamo il nostro look: ci vestivamo da contestatori, ci abbiglivamo da rivoluzionari, eravamo visibili, riconsocibili, diversi.

tutto questo è passato nella comunicazione politica attuale, e, ahimè, ha provocato i risultati che vediamo: la comunicazione ha prevalso sul contenuto, la voglia di stupire, di epater le bourgeois, è diventata la regola per farsi riconsocere, il look è diventato elemento chiave di comunicazione politica.

e così i due leader del momento, i democratici veltroni e obama, sono i migliori risultati di questa tendenza: in loro la voglia di nuovo, di emozione, di coinvolgimento spettacolare prevale sulla riflessione. è così, l'abbiamo inventata noi, l'hanno imparata presto i nostri avversari (reagan o berlusconi, o il re del gossip sarkozy), e ora dobbiamo adeguarci.

ma sia chiaro: siamo noi ad averla inventata, la politica spettacolo, e quindi berlusconi è il frutto di questa invenzione, è un sessantottino anche lui. ed è un sessantottino anche per un altro motivo: la centralità del leader. il 68 è stato pieno di leader, dopo dutchke e cohn-bendit, capanna e scalzone, in ogni facoltà, in ogni liceo, il movimento si è identificato con un leader. anche la personalizzazione della politica nasce dal 68.

forse era meglio che ce ne restavamo a casa.

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domenica, 03 febbraio 2008

oggi sono andato nella mia vecchia sezione Ds a prendere l'attestato di socio fondatore del PD. mi hanno dato del lei, mi hanno fatto compilare un modulo e mi hanno preso 5 euro: almeno ho risparmiato un po' di soldi rispetto all'anno scorso.

io sono iscritto a un partito dal 1969, ne ho visti un bel po' finora, anche se in tutti mi chiamavano "compagno", si cantava l'internazionale, e la bandiera era rossa. in questo la bandiera non so se c'è, la canzone sarà qualche capolavoro di cantautore italiano, e tra di noi ci daremo il lei.

ma non posso abbandonarmi alla malinconia: siamo di nuovo in battaglia, cari compagni (o come diavolo vi devo chiamare), e dobbiamo essere ottimisti e fedeli alla linea.

d'altronde elementi di continuità ce ne sono tra questo nuovo e quelli di prima (e quelli di prima ancora che io nascessi). anche questo nuovo partito nasce con una bella scissione alle spalle: abbiamo voluto unificare, e ci troviamo con qualcuno che se n'è andato. abbiamo de mita  e la binetti come compagni di strada ( e dalli col "compagni"! non riesco a abituarmi), e abbiamo perso mussi e salvi. e io ho perso, e mi sembra più grave, giovanni e rino, che da quaranta l'uno, e da venti l'altro, stavano al mio fianco.  la sinistra conosce più scissioni dell'atomo in una centrale nucleare, abbiamo passato il tempo a scinderci e riunificarci, a litigare tra di noi più di quanto abbiamo fatto con gli avversari. e anche questa volta ne vedremo delle belle, tra democratici e cosa rossa, più frange e frammenti. e poi anche all'interno del nostro grande partito democratico stiamo litigando alla grande, e anche questo mi rassicura col suo tono familiare. (e quelli della cosa rossa, mi sembra che stiano messi peggio, da questo punto di vista).

mi piacerebbe citare di nuovo il presidente Mao: marciare divisi per colpire uniti (era lui che o diceva?). e questa è la speranza. che ci si trovi di nuovo a festeggiare dopo aver colpito il nemico. che invece fa sempre finta di litigare, e poi si ritrova bello e compatto al momento giusto.

ebbene, cari compagni (ma sì, ve lo meritate ancora di essere chiamati così, compresi de mita e binetti), su i cuori! ne abbiamo prese tante nella nostra storia che non ci faremo spaventare da berlusconi e da bossi! un altro 68 è in vista. l'immaginazione andrà al potere!

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