tra i sessantottini che hanno scelto la strada della politica e che hanno avuto successo - non moltissimi - il primo è certo massimo d'alema. era alla normale a pisa, nell'anno formidabile, e studiava filosofia insieme a fabio mussi, rappresentando il pci in un movimento guidato dall'altro normalista - già laureato - adriano sofri. lui ha narrato che nonostante l'appartenenza al "partito revisionista", come era definito il partito comunista, ha lanciato almeno un molotov, e quindi deve essere considerato sessantottino a tutti gli effetti.
eppure il suo stile appare poco incline al movimentismo di quell'anno, lui che è considerato l'ultimo togliattiano, e cioè il capofila di una politica giocata più nelle riunioni che nelle assemblee, più tattica che aperta ai grandi sogni, capace di astuzie e di manovre, e non di grandi appelli al popolo. freddo e intelligente, ironico o, più spesso, sarcastico, guarda con sufficienza l'avversario politico, qualche volta con disprezzo appena velato. feroce polemista, non gli piace piacere, e non ostenta cultura, ma fa capire che ha letto più libri degli altri, e li ha anche capiti, da vecchio normalista.
se si riflette però ci si accorge che questo ritratto si adatta, con qualche tocco in più o in meno, a tanti leader del 68, tutti, diciamolo, antipatici. è antipatico sofri, è antipatico ferrara, è antipatico gad lerner, e con lui santoro, è antipaticissima, e compiaciuta, lucia annunziata. è antipatico paolo mieli, e così paolo liguori - il compagmo straccio - per non parlare di galli della loggia. tutti freddi, controllati, orgogliosamente e ostentatamente intelligenti. tutti, o quasi, in qualche modo provocatori, in questo memori del loro passato di movimento e di contestazione.
massimo d'alema è molto antipatico, e anche lui, apparentemente, poco preoccupato di questo. nessuna ansia di piacere a tutti, ansia che divora il cavaliere, e nessuna indulgenza buonista come il suo fratello/coltello veltroni. d'alema, il più popolare tra i militanti del vecchio partito pds/ds, non fa sforzi per esserlo. strana cosa per un politico nato nel fuoco delle assemblee.
il movimneto del 68, se ci riflettiamo, da noi ebbe un carattere fortemente "anti-italiano", e cioè molto critico verso i vizi pubblici italiani: la mancanza di senso civico, la voglia di trovare un compromesso, di non sposare nessuna causa, di soccorrere sempre il vincitore, di cambiare causa e bandiera secondo la convenienza. di essere, sempre e comunque, simpatici. ecco, noi non volevamo essere simpatici, ma giusti, non volevamo essere accomodanti, ma rigorosi. e odiavamo l'italia di alberto sordi e di andreotti, del potere che logora chi non ce l'ha, e del "volemose bene".
massimo d'alema incarna, dopo quarant'anni questo modello. dichiarò una volta che solo da noi si poteva usare in senso dispregiativo un riferimento al proprio paese: noi diciamo "all'italiana" per indicare qualcosa di fatto male, superficiale, approssimato. d'alema vorrebbe un paese normale, in cui "all'italiana" significa fatto bene, e fatto per il bene. il punto è che l'italia spesso lo ha deluso, ha deluso tutti noi. ora c'è una nuova prova. dove andranno gli italiani? verso la simpatica canaglia? alla ricerca di un altro vincitore senza morale? di un'altra soluzione approssimata, superficiale, mediocre?
io sto dalla parte degli antipatici




